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Enrico Pozzoli – I grilli mi cantavano la ninna nanna – testo di Sergio Mandelli – Question Mark

Siamo a Milano, in pieno boom economico, inizio anni sessanta.
La famiglia Pozzoli, che vive in zona Carrobbio, prende una decisione drastica: basta abitare in centro, in queste case vecchie, che necessitano di grandi riparazioni! Meglio trasferirsi in periferia, dove stanno costruendo nuove abitazioni, dei bei condomini circondati dal verde, lontani dai rumori e dal traffico caotico.
Enrico Pozzoli, classe 1945, un giovane appassionato di fotografia, si trova così sbalzato in una realtà completamente diversa da quella conosciuta fino ad allora; la nebbia, innanzitutto, una nebbia fitta, incomprensibile per chi vive in centro città, che si stende pesante sui campi e che impedisce di vedere il lato opposto della strada.
D’estate, invece, sono i grilli (mai uditi prima di allora) ad augurargli la buonanotte.
Ma, soprattutto, avviene l’incontro con gente che da sempre staziona ai margini delle città, gli zingari e i giostrai, nomadi abituati a condizioni di vita precarie.
La sua curiosità gli fa vincere la naturale timidezza, e fa scaturire un rapporto di fiducia; è così che ottiene il permesso di effettuare degli scatti che – visti oggi – costituiscono una preziosa testimonianza del nostro recente passato.
In questa mostra vediamo una selezione di immagini tratte dalla serie dei “Giostrai”.
I giostrai, i gestori di giostre, appunto, sono persone perlopiù di origine Sinti, una delle etnie che compongono il variegato panorama delle popolazioni nomadi
In questi scatti vediamo ragazzi che si tengono in bilico sulle scale, o sulla bicicletta, piccole piramidi di persone in equilibrio (persino con il bimbo in braccio), sempre contraddistinte dalla giacchetta o dall’abitino buono.
E poi, le ragazze del tirassegno che mimano gesti che provengono dal West, il nuovo mito americano che sta avanzando.
Li vediamo nelle loro esibizioni, semplici, persino rudimentali, se viste con i nostri occhi viziati dalle troppe immagini provenienti da tutto il mondo; ma allora? Come non ricordarle immerse nella magia delle luci, l’odore dello zucchero filato, delle frittelle, gli scoppi degli spari al tirassegno?
Una magia che ci è stata raccontata da Fellini in modo indelebile…
Ecco, in queste foto c’è il mondo di Gelsomina e Zampanò, che si spinge avanti, per arrivare fino a noi, che, però, purtroppo non siamo più capaci di comprendere.
Sullo sfondo, infatti, si intravvedono i capannoni del boom industriale, preannuncio di una storia che comincia e, ahimè, di una storia – quella raccontata da queste fotografie – che sta per finire.
Perché, in fondo, non esiste la Storia; in realtà esistono migliaia, milioni di storie, ognuno ha la sua, che si intrecciano, che si intersecano l’una all’altra e insieme compongono una ipotetica Storia con la S maiuscola che sta agli storici descrivere; e così, mentre questi acrobati sono eredi di una attività plurisecolare di saltimbanchi, ecco che all’orizzonte appare una nuova civiltà, meno ingenua, più esigente, più avvezza alle cose del mondo, ma anche incapace di vera meraviglia.
“Un vetro che riluccica ci sembrava l’America” cantava Mia Martini nella struggente “La nevicata del ‘56”.
Come ci incantavano queste persone, sempre avvolte di un fascino e di un mistero sconosciuto a noi, stanziali.
Certo, c’è molto mito costruito attorno alla loro “libertà”, che li ha resi protagonisti di una certa stucchevole idealizzazione, una libertà pagata sicuramente a prezzo di fatiche inenarrabili.
Però, nella società del tempo, il loro compito era quello di portare magia, nei nostri paesi, nei nostri rioni, in occasione delle feste, e di questo ruolo insostituibile, i personaggi di Pozzoli, sembrano essere coscienti: circondati da nidiate di bambini, ci guardano fieri e orgogliosi, pronti a sfidare un futuro che di loro e delle loro povere acrobazie, invece, non sa più che farsene.
Per questo il lavoro di Pozzoli è un tesoro di inestimabile valore. Racconta di noi, del nostro recente passato, della ricchezza che abbiamo conquistato e, purtroppo, anche della poesia che abbiamo perduto.