Calice 60-70

Calice Ligure era un piccolo paese semplice, a sei chilometri dal mare di Finale, dove negli anni Sessanta e Settanta si formò senza clamore una delle esperienze artistiche più vive e spontanee del secondo Novecento italiano.

Tutto cominciò con Emilio Scanavino, che nel 1964 vi stabilì la sua casa-studio. Intorno a lui si formò una comunità informale, fatta di artisti, critici, mercanti, amici, compagni di strada. Gente che saliva a Calice per lavorare, parlare, mangiare insieme, discutere, dipingere, scolpire, dormire, litigare e tornare. C’erano Tino Stefanoni, Umberto Mariani, Aldo Mondino, Gianni Bertini, Fernando De Filippi, Paolo Icaro, Urano Palma, Giangiacomo Spadari, Carlo Nangeroni, Agostino Bonalumi, Enzo Gagliardino, Gianni Dova, Sergio Sarri, Gianni Bertini, Miro Cusumano, Mitsuo Miyahara, e poi molti altri, tantissimi, che arrivavano anche solo per qualche giorno o una stagione. I luoghi erano vivi: la galleria Il Punto, guidata dal carismatico Remo Pastori, vero motore del sistema artistico calicese, grande affabulatore, capace di trasformare ogni mostra in un evento e ogni chiacchierata in un’apertura di senso; il Centro di Guido Rota, la Triade di Ciam, la LP220 di Franz Paludetto, ognuna con la propria identità, il proprio linguaggio, la propria storia; e poi naturalmente il ristorante Poster di Maria Luisa Migliari, punto di incontro quotidiano dove si mangiava, si rideva, si firmavano opere sui tovaglioli o si litigava con affetto su arte, politica, estetica e vendite.

Ci fu anche il sogno del Centro Operativo Internazionale delle Arti, pensato da Galvagni e Scanavino: un progetto visionario che avrebbe dato una struttura stabile a tutto quel movimento, un luogo d’incontro e produzione, tra studi, laboratori e residenze. Non si fece mai. E fu una perdita. Come lo fu anche la mancata capacità, da parte del paese stesso, di accorgersi fino in fondo di cosa stava accadendo. Calice visse quegli anni con grazia, a volte con disinteresse, spesso con affetto, ma quasi mai con la consapevolezza di quanto straordinario fosse ciò che si stava formando.

La memoria di quegli anni è fatta anche di episodi leggeri, ma significativi: come la partita di calcio tra gli artisti di Calice e quelli di Albisola, finita 2-1 per Albisola, con Mitsuo in porta per Calice, elegante ma non sempre rigoroso e gli altri che correvano più per gioco che per vincere. O la performance di Fernando De Filippi, che si trasformò in Lenin, una provocazione politica ma anche poetica. Tino Stefanoni piazzò un tavolo da ping pong al centro della piazza, di fronte alla LP220, senza racchette, senza palline, senza giocatori: solo il tavolo, lì, come installazione silenziosa, presenza muta e straniante. Nanda Vigo e Renato Mambor inscenarono un finto matrimonio, mentre il battesimo del figlio di Mondino, Antonio, fu trasformato in una performance collettiva, ironica e affettuosa. Tutto era arte, e nulla lo sembrava.

E oggi? Oggi Calice ha perso l’occasione di essere ricordata per quello che realmente è stata. Nessun centro internazionale, nessuna consapevolezza piena da parte della maggior parte dei calicesi. Solo memorie sparse, racconti tra chi c’era, qualche opera rimasta, qualche fotografia storta. E il rischio, concreto, che tutto questo venga dimenticato.

Per fortuna c’è il Museo Casa del Console e c’è il Palazzo del Comune pregno di opere d’arte donate negli anni dagli artisti e c’è un’amministrazione attenta che cerca, con i mezzi che un comune piccolo può avere, di fare quel che può.

Eppure chi c’era lo sa: lì, per qualche anno, l’arte era vera, vissuta, condivisa. E chiudendo gli occhi, se si è fortunati, si può ancora sentire l’eco di una voce che discute, una risata a cena, o il rumore “non rumore” di una pallina da ping pong.

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